domenica 25 agosto 2013

SYRIA: CHI HA USATO LE ARMI CHIMICHE?

video

Questo video mostra come i terroristi trasformano le bombole di gas in letali armi chimiche grazie all'appoggio e alla fornitura di materie prime da parte degli USA, EU, Qatar, Turchia e Arabia Saudita.

Grazie a  MrGeourg per il video.



sabato 24 agosto 2013

CARO FRANCESCHETTI, MA DA CHE PARTI STAI?



"Il Progetto massonico dell'unità del mondo, l'ONU, non è un progetto sbagliato di per sé, perché è un progetto in cui c'è uno Stato centralizzato, però in un contesto di pace, armonia e serenità" 

Paolo Franceschetti

LA MASSONERIA E IL SUO SCOPO FINALE



venerdì 23 agosto 2013

LA SAGGEZZA NON E' UN DONO DELLA SORTE


1 Il fatto di vivere, Lucilio mio, è un dono degli dèi immortali, il fatto di vivere bene, della filosofia, nessuno può dubitarne. Dunque, noi dovremmo avere un debito maggiore verso la filosofia che non verso gli dèi, in quanto un'esistenza virtuosa è certamente un beneficio maggiore che l'esistenza; ma sono stati gli dèi a darci proprio la filosofia: non hanno concesso a nessuno la conoscenza di essa, a tutti la possibilità. 2 Se avessero reso anche la filosofia un bene comune e noi nascessimo saggi, la saggezza avrebbe perduto la sua straordinaria prerogativa di non essere un bene fortuito. Quello che essa ha di prezioso e di stupefacente è di non essere un dono della sorte, ma una conquista personale, qualcosa che non si chiede a un terzo. Cosa ci sarebbe da ammirare nella filosofia se derivasse da un beneficio? 3 Il suo unico còmpito è scoprire la verità sul divino e sull'umano; da essa non si staccano mai religione, sentimento del dovere, giustizia e il corteo di tutte le altre virtù strettamente connesse tra di loro. Ci ha insegnato, la filosofia, a venerare gli dèi, ad amare gli uomini, e che il comando è nelle mani degli dèi, e che gli uomini sono uniti tra loro. Questo stato di cose fu per un certo tempo rispettato, poi l'avidità ruppe l'associazione e fece diventare povere anche quelle persone che aveva un tempo reso ricchissime: desiderando beni propri cessarono di possedere il tutto. 4 Ma i primi uomini e la loro progenie seguivano con purezza la natura, trovavano nello stesso uomo la guida e la legge, affidandosi alle decisioni del migliore, poiché la natura subordina quello che è inferiore a quello che è superiore. Le greggi le guidano gli animali più grossi o più impetuosi, le mandrie non le precede un toro di scarto, ma quello che per grossezza e massa muscolare supera gli altri maschi; i branchi degli elefanti li conduce il più alto; fra gli uomini conta il migliore, non il più forte. Il capo veniva scelto per le sue qualità interiori, e perciò i popoli più fiorenti erano quelli in cui solo il migliore poteva essere il più potente: poiché può fare con sicurezza quello che vuole solo l'uomo che ritiene di potere unicamente quello che deve.
5 Posidonio pensa che nell'età cosiddetta aurea, il governo fosse nelle mani dei saggi. Essi tenevano a freno la violenza, difendevano il più debole dai più forti, facevano opera di persuasione e di dissuasione, indicavano ciò che era utile o inutile; la loro preveggenza faceva in modo che non mancasse niente al popolo, la loro forza teneva lontani i pericoli, la loro liberalità arricchiva e dava benessere ai sudditi. Comandare era un dovere, non una tirannide. Nessuno sperimentava il proprio potere contro chi gli aveva permesso di averlo, nessuno era incline o motivato a commettere ingiustizie, poiché i sudditi obbedivano con sollecitudine al sovrano che comandava rettamente e la minaccia più grave del re a chi disobbediva era di rinunciare al potere. 6 Ma quando, per l'insinuarsi dei vizi, il regnare si tramutò in dispotismo, nacque la necessità delle leggi: e anch'esse all'inizio furono i saggi a presentarle. Solone, che diede ad Atene solide fondamenta di giustizia, fu uno dei sette famosi sapienti: Licurgo, se fosse vissuto nella stessa epoca, sarebbe stato inserito in quella sacra congrega come ottavo. Si elogiano i codici di Zaleuco e di Caronda; costoro il diritto non lo impararono nel foro o nell'atrio degli avvocati, ma le leggi che avrebbero dato alla Sicilia allora fiorente e, attraverso l'Italia meridionale, alla Grecia, le appresero nel sacro e tacito ritiro di Pitagora.
7 Fin qui sono d'accordo con Posidonio: non condivido, invece, che la filosofia abbia inventato le arti di uso quotidiano, e non le attribuirei la gloria dei mestieri artigianali. "La filosofia," egli afferma, "insegnò a costruire case agli uomini dispersi qua e là e che trovavano riparo o in capanne, o in qualche caverna, o nel cavo di un albero." Secondo me la filosofia non ha escogitato questi congegni di tetti che sorgono sui tetti, di città che incalzano le città, come non ha escogitato i vivai ittici, creati per risparmiare alla gola il rischio delle tempeste e per offrire alla mollezza, quando il mare impazzisce furioso, cale tranquille in cui ingrassare diverse qualità di pesci. 8 Che dici? La filosofia ha insegnato agli uomini ad avere chiavi e serrature? Non era dar via libera all'avidità? La filosofia avrebbe innalzato dei tetti che sovrastano così pericolosamente chi vi abita? Non bastava proteggersi con ripari fortuiti, trovarsi un rifugio naturale che non richiedesse tecnica o fatica. 9 Credimi, era felice quell'epoca senza architetti, né decoratori. Tagliare le assi in modo regolare, segare le travi con mano sicura secondo le linee tracciate, questo è nato col nascere del lusso; i primi uomini, infatti, spaccavano con cunei il legno che si fendeva con facilità.
Non costruivano dimore con stanze destinate ai banchetti, pini e abeti non venivano trasportati in lunghe file di carri, facendo tremare le strade, per trasformarli in soffitti carichi d'oro sospesi sulle loro teste. 10 Puntelli dai due lati sostenevano la capanna; rami secchi stipati, fronde ammassate disposte con opportuna inclinazione assicuravano il defluire delle piogge anche torrenziali. Sotto questi tetti abitavano al sicuro: un tetto di paglia riparava gente libera; oggi sotto i marmi e l'oro abitano dei servi.
11 Su un altro punto ancora dissento da Posidonio: egli pensa che gli strumenti artigianali sono stati inventati dai filosofi; allo stesso modo potrebbe tranquillamente dire che i saggi allora escogitarono il modo di catturare le fiere con i lacci, di ingannarle con il vischio e di circondare con i cani le grandi balze selvose.
Tutte queste scoperte le fece la sagacia, non la saggezza umana. 12 Anche su questo non sono d'accordo: le miniere di ferro e di rame non le hanno trovate i saggi quando la terra bruciata dall'incendio delle foreste aveva riversato fuse le vene di metalli giacenti in superficie: sono cose che le trova chi se ne occupa. 13 E neppure mi sembra tanto acuto, come a Posidonio, il problema se l'uso del martello fu anteriore a quello delle tenaglie. Li inventò entrambi qualcuno dalla mente brillante e acuta, non nobile ed elevata, e fu così per qualsiasi altra cosa che va cercata col corpo curvo e concentrandosi sulla terra. Il saggio condusse sempre una vita semplice. E perché no? Anche di questi tempi desidera essere il più libero possibile. 14 Ma via, come può essere che ammiri Diogene e Dedalo insieme? Chi di loro ti sembra saggio? L'inventore della sega o il filosofo che, dopo aver visto un bambino bere l'acqua nel cavo della mano, tirò fuori il bicchiere dalla bisaccia e lo ruppe immediatamente rivolgendo a se stesso questo rimprovero: "Per quanto tempo ho portato da insensato pesi inutili!", egli che dormiva rannicchiato in una botte? 15 E oggi, chi ritieni più saggio? Chi ha trovato il modo di spruzzare a grandi altezze, attraverso condotti invisibili, essenze profumate, chi riempie i canali con un improvviso getto d'acqua o li prosciuga, e congiunge i soffitti girevoli delle sale da pranzo in modo che si susseguano immagini diverse e il tetto cambi tante volte quante sono le portate, oppure chi dimostra a sé e agli altri che la natura non ci costringe a nulla di faticoso e di difficile, che possiamo avere case senza ricorrere al marmista e al fabbro, che possiamo vestirci senza importare sete, che possiamo avere il necessario per i nostri bisogni se ci accontentiamo dei beni che la terra presenta in superficie? Se l'umanità vorrà ascoltarlo, capirà che un cuoco le è inutile quanto un soldato.
16 Erano saggi, o almeno simili ai saggi, quegli uomini che curavano il proprio corpo in modo sbrigativo. Procurarsi il necessario non richiede un impegno particolare: per i piaceri, invece, ci si affanna. Non c'è bisogno di artigiani: segui la natura. Essa non ha voluto che ci occupassimo di troppe cose: ci ha fornito il necessario per affrontare le prove alle quali ci costringeva. "Quando si è nudi, il freddo è insopportabile." Ebbene? La pelle delle fiere e di altri animali non può difenderci più che a sufficienza dal freddo? Tanti popoli non si coprono il corpo con la corteccia degli alberi? Non si intrecciano piume di uccelli per farne vestiti? Anche oggi la gran parte degli Sciti non indossa pelli di volpi e di martore, morbide al tatto e impenetrabili ai venti? E gli uomini non intrecciavano a mano un graticcio di vimini e lo spalmavano di fango e poi coprivano il tetto di paglia e di rami e passavano tranquilli l'inverno mentre le piogge scivolavano sugli spioventi del tetto? 17 "Però, bisogna respingere la calura estiva creando più ombra." Ebbene? Con gli anni non si sono formati molti anfratti che, scavati dalla corrosione del tempo o da qualsiasi altro fenomeno, divennero caverne? Non si rifugiano sottoterra i popoli della Sirte e quelli che, per l'eccessivo ardore del sole, non hanno nessuna copertura sufficientemente valida per respingere il caldo, se non la stessa terra riarsa? 18 La natura, che ha dato a tutti gli altri animali una vita facile, non è stata ingiusta al punto che solo l'uomo non potesse vivere senza tante arti; non ci ha imposto niente di gravoso, niente da ricercare con fatica per prolungare la vita. Fin dalla nascita abbiamo avuto tutto a portata di mano: ci siamo, però, resi tutto difficile per ripugnanza delle cose facili. Le case, i vestiti, i medicinali, il cibo e quanto ora è diventato fonte di grandi difficoltà, erano a portata di mano, gratuiti ed era possibile procurarseli con poca fatica; la misura di tutto era determinata dalla necessità: noi abbiamo reso questa roba preziosa, straordinaria e frutto di molte e importanti arti. La natura basta a soddisfare i suoi bisogni. 19 Il lusso si è scostato dalla natura, si incita da sé giorno per giorno, cresce attraverso le generazioni e alimenta i vizi con l'intelligenza. Dapprima ha cominciato col desiderare le cose superflue, poi quelle dannose, infine ha assoggettato l'anima al corpo, comandandole di servire le sue voglie. Tutte queste arti che mettono in movimento o riempiono di strepito le città fanno gli interessi del corpo: un tempo gli si dava tutto come a uno schiavo, ora glielo si offre come a un padrone. Ecco, dunque, qua le botteghe dei tessitori, là quelle dei fabbri, gli odori delle cucine, le scuole dove si insegnano molli danze e canti languidi ed effeminati. È scomparsa quella naturale misura che limitava i desideri alle necessità; ormai è segno di grossolanità e di miseria volere solo quanto basta.
20 È incredibile, Lucilio mio, con quanta facilità la suggestione della parola distolga anche i grandi uomini dalla verità. Ecco Posidonio, a mio avviso, uno degli uomini che hanno dato un grandissimo apporto alla filosofia; egli vuole descrivere prima come si ritorcano alcuni fili, come altri siano tratti da una massa morbida e lenta; poi come il telaio tenga dritto l'ordito per mezzo di pesi attaccati, come con la spatola si raccolgano e uniscano i fili inseriti per ammorbidire la durezza della trama che preme sui due lati; afferma poi che anche la tes situra è stata inventata dai saggi, dimenticando che, in sèguito, si è trovato questo sistema più ingegnoso in cui la tela è legata al subbio, il pettine separa i fili dell'ordito, con la spola appuntita si inserisce fra mezzo la trama, e i denti intagliati nel largo pettine la battono.
 Che avrebbe pensato se avesse potuto vedere i tessuti di oggi con cui si confezionano vestiti completamente trasparenti, che non servono né al corpo, né al pudore? 21 Posidonio passa quindi ai contadini: con la stessa eloquenza descrive come venga arato più volte il terreno perché le radici penetrino più facilmente nella terra morbida, poi descrive la semina e l'estirpazione a mano delle erbacce perché non spunti qualcosa a caso o qualche pianta selvatica che faccia morire il raccolto. Pure quest'opera la attribuisce ai saggi, come se i contadini non trovassero anche oggi moltissimi sistemi nuovi per accrescere la produttività. 22 Poi, non ancora contento di queste arti, egli infila il saggio anche nei mulini e racconta come incominciò a fare il pane imitando la natura. "I denti con la loro durezza," afferma, "spezzano i cereali che mettiamo in bocca e quanto sfugge, la lingua lo riporta di nuovo ai denti; poi il tutto viene mescolato con la saliva perché scivoli più facilmente per la gola; quando arriva allo stomaco, è digerito dal suo calore uniforme; infine, viene assorbito dal corpo. 23 Qualcuno, seguendo questo esempio, pose due pietre ruvide l'una sull'altra a somiglianza dei denti, di cui una parte sta ferma e l'altra si muove; poi con l'attrito delle due pietre spezzò i chicchi, e ripeté più volte l'operazione fino a ridurli triturati in farina; poi bagnò la farina, la impastò lavorandola a lungo e fece il pane, che all'inizio fu cotto al calore della cenere e in un vaso di argilla rovente, quindi nei forni inventati col tempo e con altri sistemi a calore regolabile." Per poco non disse che anche il mestiere di calzolaio l'hanno inventato i saggi.
24 La ragione, non la retta ragione, ha escogitato tutte queste attività. Sono scoperte dell'uomo, non del saggio, come, appunto, le navi con cui attraversiamo fiumi e mari, dopo aver sistemato le vele per sfruttare la forza del vento e collocato a poppa il timone per indirizzare la nave su rotte diverse. L'esempio è stato preso dai pesci che regolano i loro movimenti con la coda e si dirigono rapidamente con un guizzo da una parte o dall'altra. 25 "Tutte queste scoperte," egli afferma, "le fece proprio il saggio, ma poiché erano troppo poco importanti per occuparsene lui stesso, le ha passate a più umili esecutori." E invece, queste arti sono state escogitate proprio da quegli stessi che, ancor oggi, le praticano. Certe invenzioni, lo sappiamo, sono recenti: l'uso dei vetri, che con il loro materiale trasparente lasciano filtrare la luce nella sua luminosità; le volte dei bagni e i tubi attaccati ai muri che emanano un calore omogeneo per tutta la stanza sopra e sotto. E che dire dei marmi di cui risplendono i templi, le case? E le enormi colonne di pietra levigata che sostengono porticati ed edifici atti a contenere una gran quantità di gente, e della tachigrafia, grazie alla quale si possono trascrivere anche discorsi rapidi e seguire con la mano la velocità della lingua? Queste sono invenzioni degli schiavi più umili: 26 la saggezza sta più in alto, insegna agli animi, non alla mano. Vuoi sapere che cosa ha scoperto, che cosa ha prodotto? Non i movimenti aggraziati del corpo, o la diversa melodia della tromba o del flauto, che ricevono il fiato e durante il passaggio o all'uscita dallo strumento lo trasformano in suono. Non fabbrica armi, fortificazioni o arnesi da guerra: favorisce la pace, e il genere umano lo invita alla concordia. 27 Non è - ripeto - l'artefice di strumenti per le necessità pratiche. Perché le assegni attività così meschine? Tu hai davanti l'artefice della vita. Ella ha il dominio sulle altre arti: è signora della vita e signora di ciò che è ornamento della vita: ma tende a uno stato di felicità, a quella mèta ci conduce e ci spiana il cammino. 28 Ci mostra i mali veri e quelli apparenti; libera la mente da ogni vanità, dà la grandezza autentica e reprime quella tronfia, fatta di vuote apparenze, vuole che sappiamo la differenza tra grandezza e superbia; ci fa conoscere se stessa e la totalità della natura. Ci rivela l'essenza e le qualità degli dèi, che cosa siano gli inferi, i lari, i genii, le anime che sopravvivono sotto forma di divinità secondarie, la loro sede, la loro attività, il loro potere e volontà. Questa è l'iniziazione attraverso la quale essa ci schiude non il sacrario di una città, ma il vasto tempio di tutti gli dèi, l'universo stesso, di cui ha offerto all'esame dell'intelligenza l'immagine vera, il vero aspetto: l'occhio umano è debole per spettacoli così grandi. 29 È ritornata, poi, ai principî delle cose, alla ragione eterna immanente nell'universo e alla forza di tutti i semi che dà ai singoli esseri una propria forma. Ha cominciato a indagare sull'anima, sulla sua origine, la sua sede, la sua durata, e sulle parti in cui è divisa. È poi passata dal corporeo all'incorporeo e ha esaminato la verità e le prove della verità; ha, quindi, mostrato come si possono distinguere le ambiguità nella vita e nelle parole, perché in entrambe vero e falso sono confusi insieme.
30 Secondo me il saggio non è che si sia allontanato da queste occupazioni, come sostiene Posidonio; non vi si è mai applicato. Per il saggio non sarebbe stata meritevole di invenzione una cosa che non giudicasse meritevole di un uso perpetuo; non avrebbe intrapreso un'opera che poi doveva lasciare. 31 "Anacarsi," afferma, "inventò il tornio, che ruotando permette di foggiare i vasi." E, poiché in Omero si parla del tornio, si è preferito ritenere falsi i suoi versi invece della notizia di Posidonio. Io non contesto il fatto che Anacarsi fu l'inventore del tornio; in questo caso fu certo un saggio a fare questa scoperta, ma non come tale: i saggi compiono molte azioni in quanto uomini, non in quanto saggi. Supponi che un saggio sia velocissimo nella corsa: supererà tutti perché è veloce, e non perché è saggio. Vorrei mostrare a Posidonio un vetraio, che soffiando foggia il vetro in molteplici forme: una mano precisa stenterebbe a modellarlo. Queste scoperte furono fatte quando si smise di trovare i saggi. 32 "Affermano che Democrito inventò l'arco" dice Posidonio, "in cui la pietra centrale tiene ferme le altre che gradualmente si inclinano." Ma è falso! Già prima di Democrito c'erano necessariamente ponti e porte che sono in genere curvi alla sommità. 33 Vi sfugge, inoltre, che sempre Democrito inventò il modo di lavorare l'avorio, di tramutare in smeraldo una pietruzza, sottoponendola a un forte calore, sistema con cui, anche oggi, si colorano le pietre adatte a questo scopo. Saranno pure scoperte di un saggio, ma non in quanto tale: egli, difatti, fa molte cose che vediamo fare o nello stesso modo o con più abilità e più pratica da gente del tutto ignorante.
34 Vuoi conoscere le ricerche e le scoperte del saggio? Per prima cosa, ha studiato la verità e la natura, che non ha indagato con occhi tardi a comprendere la realtà divina, come gli altri esseri animati; poi, la legge dell'esistenza, che ha regolato secondo l'ordine universale e ha insegnato non solo a conoscere, ma anche a obbedire agli dèi e ad accogliere gli eventi della vita come comandi. Ha impedito che si seguissero false credenze e ha attribuito a ogni oggetto il suo valore facendone una stima precisa; ha condannato i piaceri, cui si mescola il pentimento, lodato i beni, fonte di perpetua soddisfazione, e ha dimostrato che l'uomo più felice è quello che non ha bisogno della felicità e il più potente quello che ha il dominio di se stesso. 35 Non mi riferisco a quella filosofia che ha posto i cittadini fuori dallo stato, gli dèi fuori dal mondo, che ha messo la virtù in balia del piacere, ma a quella che giudica l'onestà il solo bene, che non si lascia sedurre dai doni degli uomini o della fortuna e il cui valore è di essere incorruttibile.
Non credo che questa filosofia esistesse in quell'età rozza quando non c'erano ancòra i mestieri e l'esperienza stessa insegnava ciò che era utile. 36 Credo, invece, che venne dopo quei tempi fortunati, quando i beni della natura erano in comune e tutti potevano farne uso insieme, prima che l'avidità e il lusso dividessero gli uomini e insegnassero a passare dalla comunanza al ladrocinio. Non erano saggi, quelli, anche se facevano quello che devono fare i saggi. 37 Nessuno potrebbe guardare con più ammirazione un'altra condizione umana e se anche dio permettesse a qualcuno di dare ordine alla terra e costumi ai popoli, non potrebbe giudicare opportuna altra condizione che quella esistente al tempo in cui nessun colono lavorava i campi; e non si poteva nemmeno contrassegnare o dividere il terreno con linee di confine: il raccolto era comune ed era la terra ad offrire i suoi beni spontaneamente, senza che nessuno li ricercasse.
38 Ci può essere generazione di uomini più felice di quella? Insieme godevano i prodotti della natura che, come una madre, bastava al sostentamento di tutti, e, senza pericolo, possedevano le ricchezze in comune. Perché non dovrei definire ricchissimi quegli uomini tra cui non avresti potuto trovare un solo povero? L'avidità fece breccia in quelle eccellenti condizioni di vita e mentre desiderava sottrarre dei beni e farli suoi, fu privata di tutto e da una ricchezza smisurata si ridusse in ristrettezze. L'avidità portò la miseria: desiderando troppo, perse ogni cosa. 39 Si sforzi pure, adesso, di recuperare ciò che ha perduto, aggiunga campi su campi, scacciando il vicino col denaro o con la violenza, estenda le campagne a intere province e la parola possesso significhi un lungo viaggio attraverso le proprie terre: nessun ampliamento di confini ci riporterà al punto di partenza. Facciamo tutto il possibile: avremo molto; ma prima avevamo tutto. 40 Anche la terra, senza lavorarla, era più fertile e generosa verso le necessità degli uomini che non si contendevano i suoi frutti. Era un piacere sia trovare i prodotti della terra, sia mostrarli agli altri; nessuno poteva avere troppo o troppo poco: si divideva in pieno accordo. Il più forte non aveva ancòra messo le mani sul più debole, l'avaro non aveva ancòra tolto anche lo stretto necessario al prossimo, nascondendo il capitale inutilizzato: ognuno aveva la stessa cura di sé e degli altri. 41 Non si combatteva e le mani, senza spargere sangue umano, riversavano tutta la loro aggressività sulle fiere. Quegli uomini che si riparavano dal sole nel fitto di un bosco, che per sfuggire l'inclemenza dell'inverno e della pioggia vivevano al sicuro in un umile rifugio sotto le fronde, passavano notti tranquille senz'ansia. Ora in preda all'angoscia noi ci rivoltiamo nei nostri letti lussuosi e ci pungolano aspri tormenti; su quella terra dura, invece, che placidi sonni per loro! 42 Non li sovrastavano soffitti intagliati, ma giacevano all'aperto mentre sul loro capo scorrevano le stelle e, straordinario spettacolo delle notti, l'universo si muoveva rapido, compiendo in silenzio una così grande opera. Sia di giorno che di notte si apriva loro la vista di questa splendida dimora; era un piacere contemplare il declino delle stelle in mezzo al cielo e il sorgere di altre da un buio segreto. 43 Non era piacevole vagare fra tante meraviglie sparse per ogni dove? Voi, invece, tremate di paura a ogni rumore della casa e fra i vostri affreschi fuggite spaventati al minimo suono. Non possedevano case grandi come città: l'aria e il suo libero soffio per gli spazi aperti, l'ombra leggera di una rupe o di un albero, fonti e ruscelli trasparenti che l'uomo non aveva ancora deturpato con dighe, tubi, o deviandone il corso, ma che scorrevano naturalmente, e prati belli senza artificio, e in mezzo a un tale scenario una rustica dimora abbellita da mani semplici - era questa la casa secondo natura, in cui era bello vivere, senza aver paura di essa o per essa: ora la casa costituisce gran parte delle nostre paure.

 44 Certo, condussero una vita perfetta e pura, ma non furono saggi: questo è un nome che ormai indica l'attività più nobile. Non nego, tuttavia, che avessero un animo elevato e fossero, per così dire, usciti proprio allora dalle mani degli dèi; sicuramente il mondo, non ancora esausto, produceva esseri migliori. Ma se avevano un carattere più forte e più disposto alle fatiche, non tutti, però erano dotati di una intelligenza perfetta. La virtù non è un dono naturale: diventare virtuosi è un'arte. 45 Quelli non cercavano oro, argento e pietre preziose nelle viscere della terra e risparmiavano anche gli animali: non si concepiva nemmeno che un uomo uccidesse un proprio simile, non per ira, né per timore, ma solo per il gusto di vederlo morire. Non avevano ancòra vestiti variopinti, non tessevano l'oro, anzi nemmeno l'estraevano. 46 E allora? Erano innocenti per ignoranza: ma c'è molta differenza fra chi non vuole e chi non sa agire male. Non avevano giustizia, prudenza, temperanza, fortezza. Somigliava un po' a queste virtù quella vita primitiva: ma solo l'animo profondamente istruito ed elevato al più alto grado di perfezione da un costante esercizio raggiunge la virtù. Per essa nasciamo, ma senza di essa, e anche negli uomini migliori, prima che vengano istruiti, c'è materia di virtù, non virtù. Stammi bene.

TRATTO DA "Lettere a Lucilio" - SENECA



LA DISTRUZIONE SISTEMATICA DEL DIRITTO NATURALE



giovedì 22 agosto 2013

MARRA: EUGENIO SCALFARI, ANCHE LUI UN ANALFABETA, UN ACCATTONE, UNA NULLITA', AL SERVIZIO DEL NWO



Anche quell’analfabeta e accattone di Eugenio Scalfari — un individuo che ha una consumata quanto gratuita e anzi risibile postura da filosofo o da ideologo, perché non ha mai espresso altro che fiuto nel seguire la corrente e nell’arrampicarsi socialmente — armato dei soliti ‘giusti’ appoggi (banche, massoneria, bilderberg, aspen.. insomma NWO), nonché di una serie di argomenti e ‘tesi’ costituenti null’altro che la media dei luoghi comuni via via grati al sempiterno potere massonico bilderberghino (era massonissimo già il padre), cerca ora, coerentemente, di far da spalla al sempre più vacillante, squallidissimo Enrico Letta.


Lo sostiene scrivendo con la sua novantennale supponenza di sparacazzate che solo la paura e la confusione ispirano il timore che il governo anch’esso massonico bilderberghino di Letta cada, perché, secondo lui, invece no, non cadrà! 

Non cadrà — a suo dire — perché non conviene a nessuno, perché la ripresa è prossima, perché tutto sommato tutto va ormai meglio eccetera: una sceneggiata che serve a dare la sensazione, ora che Letta cadrà, che se non si sono risolti i problemi non è perché lui e i suoi mandanti non sono in grado di risolvere nulla, ma solo perché appunto lo si è fatto cadere..

A parte poi che quello che questo canuto cialtrone, questo difensore di criminali — perché i bilderberghini e i massoni, specie poi se deviati, sono dei criminali (vedi la mia denunzia a Monti) — non spiega è perché mai sarebbe una cosa buona il fatto che un delinquente bilderberghino come Letta rimanga al governo.

Forse perché fa parte dello stesso ordine morale ed economico di merda di cui fa parte lui? 

O perché capisce che se anche Letta va in crisi in pochi mesi significa che si avvicina sempre di più il momento in cui andranno in carcere tutti per avere difeso con ogni mezzo questo regime miserabili venduti alle banche che stanno causando più morte e malessere della peggiore delle pesti?

Come potrebbe infatti mai sfuggirgli — se fosse l’uomo intelligente che solo dei cretini più cretini di lui possono ritenere che sia — che la crisi è frutto della diminuzione della domanda, e che dietro la diminuzione della domanda c’è l’involuzione climatica, perché le genti, nel mondo, stanno reagendo così al fatto che l’80% di quello che si produce non è ricchezza e non arreca benessere perché non serve a nulla e comunque va eliminato perché altrimenti in pochissimo tempo giungeremo all’inabiltabilità del pianeta?

E com’è possibile che questo orecchiuto ancorché barbuto asino sostenitore di criminali non capisca che in ogni caso non si può risolvere nulla se prima non si elimina il crimine del signoraggio e le inenarrabili contraddizioni che esso ha innescato nei secoli e che si possono ormai risolvere solo confiscando le quote delle banche centrali di proprietà delle banche private, istituendo sì un nuovo ordine, ma nel quale lui e quelli come i suoi padroni, quelli ai quali deve il suo ‘successo’, devono avere il ruolo di emblema di ciò che non bisogna essere?

È infatti possibile che quello che lega Scalfari a questi criminali sia solo un fatto ‘culturale’? E cosa c’entra la cultura con il crimine? O non è invece probabile che abbia ragioni più concrete per difendere questa gentaglia con il suo silenzio?

Com’è cioè possibile che un uomo che ha così tanto le mani in pasta sia indenne da legami collusivi giuridicamente rilevanti con i criminali del bilderberg, delle dinastie Rothschild e Rockefeller, e insomma con la cupola dell’NWO? 

Dobbiamo davvero credere alle favole?

19.8.2013

Alfonso Luigi Marra



CHI E' ACCADEMIA DELLA LIBERTA' - PARLIAMONE CON GIUSEPPE TURRISI



mercoledì 14 agosto 2013

ROSSO DI SERA BEL TEMPO SI SPERA? NON PIU'

video

Sosteniamo Rosario e Antonio Marcianò che proprio in questi giorni 
sono oggetto di un vile attacco teso a screditarli, e non solo.

Uomini come Rosario e Antonio Marcianò sono un PATRIMONIO NAZIONALE
ed un esempio di coraggio, perseveranza e rigore scientifico 
per TUTTI NOI.

Non lasciamo che li attacchino impunemente, 
attraverso montagne di menzogne.

E' vitale che tu faccia sentire ORA la tua voce in loro sostegno.

Elia Menta

martedì 13 agosto 2013

NON VEDETE QUESTO VIDEO MA SINTONIZZATEVI SU LA7 CANALE 5 E TG1 TUTTE LE SERE PER FAVORE



PATRIOTI CERCANSI. DUE PAROLE SULLE PROTESTE CONTRO IL MUOS


 
Se c'è una cosa che non dev'essere assolutamente affermata né insinuata quando di mezzo ci sono l'America e la NATO è la seguente: che dopo sessantotto anni di "liberazione" ci ritroviamo completamente asserviti, da cima a fondo, e, peggio che mai, non si vuol prendere atto che nel 1943 sulle nostre coste non sbarcarono dei filantropi intenti a spargere i semi della "libertà", bensì le avanguardie armate di quella che poi si sarebbe tradotta in una pluridecennale occupazione politica, economica, culturale e, appunto, militare.
Invece, com'è il caso di questi giorni in cui ha toccato il culmine la protesta dei comitati e dei movimenti contrari al Muos, il nuovo sistema di radar USA-NATO mediterraneo nell'area di Niscemi (CL), si assiste sì una sacrosanta e legittima manifestazione di dissenso, ovviamente presentata dai media come "violenta" e "pericolosa" (o addirittura "infiltrata dalla Mafia": buona questa!), ma è completamente assente, in mezzo a rivendicazioni d'ordine pacifista, ambientalista e quant'altro, la necessaria cornice argomentativa che dovrebbe dare il segno di una svolta a questo tipo di azioni che hanno interessato nel corso degli anni i vari presidi contro il Dal Molin, Camp Darby, gli F-35 ecc.: quella caratterizzata dall'anelito insopprimibile alla sovranità e all'indipendenza della nostra nazione.
Ma se si tiene bene a mente com'è andata quasi settant'anni fa, e di come si schierarono -anche a giochi fatti, con "volanti rosse" e simili- gli antesignani di coloro che ancor'oggi sventolano, entrando nella zona militare sottratta al nostro territorio nazionale in base a "trattati" ed "accordi" i più assurdi e viscidi, le solite trite e ritrite bandiere con falce e martello, non ci si può che rassegnare a veder scomparire dall'orizzonte della protesta l'istanza sovranista.
D'altra parte, i medesimi attivisti dei centri sociali e dei gruppetti della residuale galassia comunista, tranne rarissime eccezioni (ad esempio i bordighisti) non hanno sviluppato alcun ripensamento in merito al Fascismo e alla guerra persa, e sottolineo persa dall'Italia, non dal solo Fascismo, cosicché le conseguenze di quella sciagura le stiamo pagando tutti quanti.
Al riguardo del primo, essi non vogliono prendere atto di quello che qualcuno un tantino più acuto politicamente di loro, Palmiro Togliatti, dovette ammettere quando si rivolse ai "fratelli in camicia nera" (1936), quando il Fascismo, con le sue "provvidenze" e le sue opere di carattere economico e sociale, aveva praticamente riscosso un consenso unanime sulla base dei fatti e non dei discorsi (o delle televisioni di qualcuno inopinatamente additato, nel bene o nel male, a novello "ducetto" …). Eppure si tratta per la maggior parte di studenti, che dovrebbero appunto essersi formati su qualche libro serio e affidabile, o almeno aver sviluppato quel sano "spirito critico" tanto decantato proprio in ambito laico e/o marxista, in base al quale non ci si dovrebbe abbarbicare a "dogmi" preconcetti e chiusure di sorta, in nome della suprema "libertà" dell'individuo così come lo postula una modernità che a costoro piace non poco.
Ma qui casca l'asino, perché da una parte il comunista è per mentalità "internazionalista" (salvo non ammettere che i vari regimi comunisti hanno per forza di cose sviluppato anche una politica "nazionalista", si pensi alla Romania prima del 1989), per non dire "cosmopolita", specie nelle sue ultime varianti (il "comunista senza Comunismo", insomma), pertanto non è predisposto ad inorridire quando la sua patria e la sua nazione vengono ridotte in schiavitù dallo "straniero", categoria che ha apriorisiticamente abolito dal suo panorama intellettuale (anche per favorire l'afflusso di "migranti"); dall'altra deve far finta di credere che i vari regimi comunisti siano stati tutto arcobaleni e "peace&love", quando nella concreta pratica geopolitica hanno dovuto mostrare i denti come tutti gli altri per continuare ad esistere.
Ma se qualche saltuaria e decontestualizzata approvazione per alcuni aspetti del Fascismo è possibile aspettarsela da qualche raro comunista stalinista duro e puro (nessuna invece dagli "antifa" e dagli "anarchici" che pullulano i centri sociali e dai vari arcobalenisti fissatisi coi "diritti umani"), quando si passa a dare un giudizio sulla guerra persa -ripeto, persa dall'Italia- non c'è speranza di vedere all'opera alcun ragionamento degno di questo nome, così si va dalla generica accUSA di essere entrati in una guerra -per giunta alleati col "Male assoluto"!- dalla quale "dovevamo restare fuori" (come, di grazia, se solo ci si dà la pena di considerare la prepotente e capillare presenza britannica nel Mediterraneo, che tutto era tranne il "mare nostrum"?) alla condanna senz'appello per aver mandato a morire i nostri soldati "con le scarpe di cartone" al freddo della Russia (quando è ormai chiarissimo che se di Alpini si trattava, quelli avrebbero dovuto operare nel Caucaso, guarda caso anche oggi regione d'importanza strategica vitale nel "Grande gioco").
Come che sia, non me ne vogliano i manifestanti che con le cesoie sono andati a tagliare quello scandaloso reticolato simbolo tangibile d'ogni iattura che colpisce la nostra gente, se in queste righe posso apparire troppo severo con loro.
Non mi fraintendano: hanno fatto bene a 'profanare' quello che per tutti i lacchè del "partito americano" in Italia è a tutti gli effetti un santuario, un luogo destinato al culto della nostra sudditanza in cui si fa il bello e il cattivo tempo alla faccia di una nazione, quella italiana, sviata in ogni modo da una "cultura storica" ridotta a barzelletta e dalle pantomime di cui è capace il teatrino d'una "politica" di mezze tacche completamente eterodiretta.
Ma hanno sbagliato ad andarci coi simboli della falce e martello, con quelli dei loro seppur meritori comitati e con ogni altra bandiera che non fosse quella della nostra nazione. S'immagini infatti per un istante che impressione darebbe -soprattutto a Lorsignori al di là del reticolato- un presidio adornato da bandiere tricolori, inquadrato secondo una schema di tipo paramilitare e dal quale si elevassero parole d'ordine patriottiche, e si pensi invece a quali grasse risate si staranno facendo sempre i medesimi Signori quando si vedono arrivare sotto la rete una sgangherata, benché nutrita, masnada di "attivisti" in abiti ed atteggiamenti più o meno "alternativi".
Certo, non si può chiedere a chicchessia di essere quello che non è, né biasimarlo per questo, e dovremmo pure tirare le orecchie a certa sparuta e raggirata (dai suoi ridicoli "capi") gioventù "nazionale" che di queste cose non si occupa incessantemente come dovrebbe, ma solo di rado e ancora meno dei suddetti -e da essa odiati- "alternativi", preferendo perdere tempo nel folclore inventato a posteriori (che italiano è uno che vuol somigliare, tappezzato di tatuaggi e avventore fisso dei "pub", al peggio della subcultura londinese?) d'un passato irripetibile, nell'assurda faida metropolitana con le "zecche", nell'ingozzarsi di birra e salsicce e nell'invettiva antislamica, nell'insulto a quel ministro "colorato" (intruso ed insopportabile del resto come queste basi USA/NATO, beninteso) o, peggio, nella difesa non richiesta d'un miliardario che di occasioni per passare alla storia ne avrebbe avute e continua invece a prendere per i fondelli quelli che ancora gli danno ascolto.
Purtroppo la verità è che di patrioti autentici in questo Paese non ve ne sono. Eppure non è sempre andata così.
Che cosa faceva nei secoli passati chi contestava l'ordine vigente? Chi intendeva liberare la sua terra dall'intrusione straniera o dai venduti e traditori? Innalzava forse le sue particolari insegne spacciandole per quelle sacre per tutti quanti? Nient'affatto. Lo scontro era sempre tra chi era più degno di portare i simboli dell'autorità, appellandosi agli "dei" unanimemente riconosciuti, e così è stato ad esempio all'epoca di Roma, ma lo stesso discorso vale per tutti i grandi condottieri del passato. Agire diversamente avrebbe significato il fallimento assicurato.
In seguito, con la fine delle monarchie di diritto divino e la penetrazione nelle coscienze dell'idea di "nazione", con la sua 'mitologia' e la sua 'liturgia', i simboli di quest'ultima sono stati fatti propri da chi riteneva di disporre dei titoli per governare, dimostrandolo nei fatti. In fondo anche il Fascismo, nato come fazione, si sforzò di rappresentare tutta la nazione italiana, il che è inconcepibile per tutte le varianti ideologiche sia liberaldemocratiche che comuniste, che da un lato postulano un irrealizzabile "bene comune" a partire dalla soddisfazione del benessere individuale, dall'altro, senza tanti giri di parole, mirano ad imporre la "dittatura del proletariato" (salvo poi sostituirle nella pratica quella dell'apparato di partito, con la sua "ortodossia" e relative 'scomuniche' e vacanza-premio in Siberia).
Possibile che non si riesca ad esprimere il ragionamento più lineare e logico, e cioè che non è ammissibile, per chiunque, essere comandati da stranieri, anche i più 'discreti' (vedete forse torme di americani in giro?), parandosi invece con ogni tipo di giustificazione, più o meno convincente, di tipo finanziario ed economico ("gli F-35 costano troppo", "non producono occupazione"), tecnico ("gli F-35 sono un bidone"), pacifista e 'resistenzialista' ("mai più guerre", "l'Italia ripudia la guerra"), ambientalista e sanitaria ("le basi inquinano", "la popolazione si ammala"), addirittura regionalista ("no il Muos in Sicilia", "no il poligono di tiro in Sardegna") eccetera?
Di che cosa si ha paura, qual è il blocco psicologico irremovibile, per non riuscire a definirsi senza remore e vergogna italiani di fronte a chi si sa bene per quale tornaconto non molla la presa dopo settant'anni? Certo, loro, dal loro punto di vista, fanno bene a raccontare che sono lì per "difenderci" sempre da qualche terribile "minaccia", ieri l'Unione Sovietica e ora "al-Qa'ida"; che siamo "alleati" ed "eterni amici" (strana "amicizia" quella imposta unilateralmente e caratterizzata da una lunga scia di "stragi impunite" ed "omicidi eccellenti", per non parlare della sistematica rapina ed affossamento della nostra economia); che "noi e loro" siamo in fondo parte di un'unica "civiltà", quella "occidentale" (ovvero "moderni" contro tutto il resto del mondo "rimasto indietro")… Sta nel loro gioco raccontare e raccontarsi panzane le più demenziali ed insostenibili alla prova della storia e della realtà quotidiana, nonché dell'antropologia pura e semplice, finché non riusciranno (e sono a buon punto) a forgiare anche qua -grazie a "cultura" e media soprattutto, ma anche a stili di vita e modelli lavorativi e familiari- un tipo umano talmente alienato che manco più percepirà chi è realmente, o meglio chi erano lui e i suoi padri.
E così, mentre si registrano questi segnali di protesta condotti nel segno sbagliato da persone che comunque a loro merito possono ascrivere l'averci messo l'impegno e la faccia, l'Italia aspetta ancora un condottiero e un manipolo di eroi che sguaini la spada della riscossa generale, col che finirà ogni sopruso ed ogni svillaneggiamento dell'occupante straniero, assieme ad ogni danno che quelli hanno generato.

Enrico Galoppini (12/8/2013)

FONTE: http://fncrsi.altervista.org/Patrioti_cercansi.html


SCIE CHIMICHE ED ALTRI ARGOMENTI: LA RISPOSTA DI ANTONIO MARCIANO' AD ACHILLE PENNELLATORE




Antonio Marcianò ci ha scritto per rispondere ad Achille Pennellatore:

“Nella sua lettera al Direttore il Dottor Pennellatore intenderebbe suggerirmi che cosa posso o non posso, che cosa devo o non devo insegnare. In primo luogo il Dottor Pennellatore non ha alcun titolo per stabilire criteri didattici, contenuti e quant'altro, inoltre egli si esprime circa le scie chimiche o chemtrails (termine di origine militare, usato anche nello ‘Space preservation act’ (vedi sotto) dal rappresentante statunitense Denis Kucinich, oggi per lo più sostituito dalle diciture "geoingegneria clandestina" o "geoingegneria illegale") ed a proposito di altri argomenti che conosco sicuramente più di lui, grazie ad una documentazione imponente ed inoppugnabile di cui dispongo. Quindi anche il di lui invito a non trattare certi temi, affinché io mi rinchiuda nel recinto di un asfittico programma scolastico, rivela incompetenza oltre che un'ingerenza nella libertà didattica.
http://www.fas.org/sgp/congress/2001/hr2977.html
Corruzione ad alta velocità. Viaggio nel governo invisibile (con Giuseppe Pisauro e Sandro Provvisionato), Koinè Nuove Edizioni, 1999. ISBN 88-87509-03-4.
Terrorismo internazionale. La verità nascosta, Koinè Nuove Edizioni, 2002. Vaticano. Un affare di Stato. Le infiltrazioni, l'attentato. Emanuela Orlandi, Koinè Nuove Edizioni, 2002 e 2003. ISBN 88-87509-25-5. La grande menzogna. Il ruolo del Mossad, l'enigma del Niger gate, la minaccia atomica dell'Iran, Koinè Nuove Edizioni, 2006. ISBN 88-87509-63-8. L’errore giudiziario.
Aspetti giuridici e casi pratici, Giuffré Editore, 2009. ISBN 88-14-14779-5.
Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell'inchiesta racconta, Chiarelettere, 2008. ISBN 978-88-6190-055-4.
Attentato al Papa (con Sandro Provvisionato), Chiarelettere, 2011.
La Repubblica delle stragi impunite. I documenti inediti dei fatti di sangue che hanno sconvolto il nostro Paese, Newton Compton, 2012. ISBN 88-541-4101-8
I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia. Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera, New Compton, 2013. ISBN 978-88-541-5358-5”.
“Dovrà poi compenetrare i libri e gli articoli di scienziati, esperti e ricercatori, indagini inerenti alla Geoingegneria clandestina, prima di azzardare ipotesi sulle scie di ‘condensazione’ che esistono in quanto fenomeno fisico rarissimo e soprattetto come mistificante copertura militar-industriale di una realtà ben diversa che il Dottor Pennellatore ben conosce, anche se finge, come molti altri, di ignorare. Quanto di seguito segnalo è comunque a mala pena il cinque per cento della documentazione scientifica in mio possesso.

Carlo Alessi

FONTEhttp://www.sanremonews.it/2013/08/12/leggi-notizia/argomenti/al-direttore-1/articolo/scie-chimiche-ed-altri-argomenti-la-risposta-di-antonio-marciano-ad-achille-pennellatore.html#.Ugnnvj8ed0V


sabato 10 agosto 2013

LA CAUSA E LA MATERIA



I nostri Stoici, ti è ben noto, sostengono che in natura ci sono due elementi da cui deriva tutto, la causa e la materia. La materia giace inerte, una cosa pronta a ogni trasformazione, ma destinata alla stasi se nessuno la muove; la causa, invece, cioè la ragione, plasma la materia, la modifica come vuole e ne ricava opere diverse. Deve esserci quindi un elemento di cui una cosa è fatta e uno da cui è fatta: materia e causa. 3 Ogni arte è imitazione della natura; perciò quello che dicevo dell'universo trasferiscilo al campo operativo umano. Una statua ha avuto e la materia a disposizione dell'artista e l'artista che ha dato una forma alla materia; dunque nella statua la materia è stata il bronzo, la causa lo scultore. Identico è il modo di essere di tutte le cose: risultano dalla somma di ciò che subisce l'azione e di ciò che agisce.
4 Per gli Stoici la causa è una sola, precisamente ciò che agisce. Aristotele ritiene che la causa si articoli in tre modi: "La prima causa," dice, "è proprio la materia, senza la quale non può essere creato nulla; la seconda l'artefice; la terza è la forma, che viene imposta alle singole opere come alla statua." Aristotele la chiama idos. "A queste se ne aggiunge una quarta, il fine dell'intera opera." 5 Mi spiego meglio. La prima causa della statua è il bronzo; poiché la statua non avrebbe mai potuto venire alla luce se non fosse esistita la materia da cui essere fusa o ricavata. La seconda causa è l'artefice: il bronzo non avrebbe potuto configurarsi in una statua, se non fossero intervenute mani esperte. La terza causa è la forma: la statua non si chiamerebbe "Doriforo" o "Diadumeno" se non le fosse stato conferito quell'aspetto. La quarta causa è il fine, senza il quale la statua non sarebbe stata plasmata. 6 Cos'è il fine? La spinta che ha sollecitato l'artefice e a cui egli ha obbedito per creare la sua opera: può essere il denaro, se ha lavorato per vendere; o la gloria, se ha faticato per farsi un nome; o la devozione religiosa, se ha preparato un dono per un tempio. Quindi c'è anche questa tra le cause motivanti: o ti rifiuti di includere tra le cause di una opera anche quell'elemento senza il quale non sarebbe stata fatta?
7 A queste Platone ne aggiunge una quinta, il modello, che egli chiama idea; guardando a esso l'artista ha realizzato quanto si proponeva. È assolutamente secondario se tale modello sia esterno, visivo, o se sia interno, concettuale e precostituito. Dio ha dentro di sé i modelli di tutti gli esseri e ha abbracciato con la mente le misure e i modi di tutto il creabile; egli è pieno di questi modelli che Platone chiama idee immortali, immutabili, instancabili. Gli uomini muoiono, ma l'umanità su cui l'uomo è modellato, continua a esistere; e mentre gli uomini si affannano e scompaiono, essa non subisce nessuna perdita. 8 Cinque sono, dunque, le cause, come dice Platone: ciò da cui (materia), ciò dal quale (agente), ciò in cui (forma), ciò a cui (idea), ciò per cui (fine). In ultimo c'è il risultato che ne scaturisce. Nella statua (visto che siamo partiti da questo esempio) la materia è il bronzo, l'agente è lo scultore, la forma è la figura che le viene data, l'idea è il modello imitato dallo scultore, il fine è la ragione di chi agisce, il risultato è la statua stessa. 9 Anche l'universo, secondo Platone, presenta tutte queste componenti: l'artefice, cioè dio; il sostrato, cioè la materia; la forma, cioè l'aspetto e l'ordine del mondo che abbiamo sotto gli occhi; il modello, su cui dio ha creato un'opera tanto bella e grandiosa; il fine per cui l'ha creata. 10 Mi chiedi che cosa ha mosso dio? La bontà. Dice Platone: "Per quale motivo dio ha creato il mondo? Egli è buono e se uno è buono non è geloso di nessun bene; di conseguenza l'ha creato nel miglior modo possibile."
Pronuncia nella tua veste di giudice la sentenza e dichiara chi secondo te sostiene la tesi più verisimile, non quella vera in assoluto; ciò è al di sopra di noi quanto la verità stessa.
11 Questa massa di cause enunciate da Platone e Aristotele pecca per eccesso o per difetto. Per difetto, se essi ritengono causa efficiente qualunque elemento senza il quale non può farsi niente. Tra le cause devono mettere il tempo: niente può farsi senza il tempo. Lo spazio: se manca il luogo dove una cosa può avvenire, non avverrà neppure. Il moto: senza di esso niente nasce o muore; senza il moto non c'è nessuna attività, nessun mutamento. 12 Ma noi ora cerchiamo la causa prima e universale. Deve essere semplice, poiché anche la materia è semplice. La domanda è: qual è la causa? Ovviamente la ragione creatrice, cioè dio; tutte quelle che hai riferito non sono molteplici e singole cause, ma dipendono tutte da una sola, da quella efficiente. 13 Dici che la forma è una causa? È l'artista che la imprime all'opera: dunque, è una parte della causa, non la causa. Anche il modello non è una causa, ma un mezzo indispensabile alla causa. Il modello è indispensabile all'artista come lo scalpello, come la lima: senza di essi l'arte non può procedere e tuttavia non sono parti o cause dell'arte. 14 "Il fine," si dice, "per cui l'artista si accinge a fare qualcosa è una causa." Sarà una causa, ma accessoria, non efficiente. Le cause accessorie sono innumerevoli: noi cerchiamo la causa universale. Platone e Aristotele venendo meno al loro consueto acume hanno affermato che l'intero universo, in quanto opera perfetta, è una causa; ma c'è una grande differenza fra l'opera e la causa dell'opera.
15 A questo punto pronunciati, oppure - in casi simili è più facile - di' che la faccenda non è chiara e aggiorna la discussione. "Che gusto ci provi," potresti dire, "a passare il tempo in codeste dispute che non ti liberano di nessuna passione, non allontanano nessun desiderio?" Generalmente mi occupo di quegli argomenti più degni che acquietano l'anima, e prima studio me stesso, poi questo mondo. 16 Ma nemmeno ora perdo tempo, come pensi tu; tutte queste discussioni, se non si spezzettano e non si disperdono in inutili sottigliezze, sollevano e alleviano l'anima che, oppressa da un grave fardello, desidera liberarsene e ritornare alle sue origini. Il corpo è il fardello e la pena dell'anima: sotto il suo peso l'anima è oppressa, in catene, se non interviene la filosofia e non la induce a riprendere fiato di fronte allo spettacolo della natura e la allontana dalle cose terrene verso quelle divine. Questa è la sua libertà, questa la sua evasione; si sottrae al carcere in cui è prigioniera e si rigenera nel cielo. 17 Come gli artigiani, quando fanno un lavoro di precisione e di attenzione che stanca la vista, se hanno un lume debole e incerto, escono tra la gente e ristorano gli occhi in piena luce in qualche luogo destinato al pubblico svago; così l'anima chiusa in questa triste e buia dimora, tutte le volte che può esce all'aperto e si riposa nella contemplazione della natura. 18 Il saggio e chi coltiva la saggezza sono vincolati strettamente al proprio corpo, ma la parte migliore di se stessi è lontana e rivolge i propri pensieri a cose elevate. Come un soldato che ha prestato giuramento, egli considera la vita un servizio militare; e la sua formazione è tale che non ama la vita e non la odia, e si adatta al suo destino mortale pur sapendo che lo aspetta un destino migliore. 19 Mi proibisci l'osservazione della natura e mi allontani dal tutto, limitandomi alla parte? Non cercherò quali siano i principî dell'universo? Chi ha dato forma alle cose? Chi ha separato l'insieme degli elementi immersi in un tutt'uno e avviluppati in una materia inerte? Non cercherò chi è l'artefice di questo mondo? Per quale disegno tanta grandezza è arrivata a una legge e a un ordine? Chi ha raccolto gli elementi sparsi, ha distinto quelli confusi, ha dato un'identità a ciò che giaceva in un'unica massa informe? Da dove si diffonde tanto fulgore di luce? Se è fuoco o qualcosa più splendente del fuoco? 20 Non ricercherò tutto questo? Non conoscerò la mia origine? Se è destino che io veda una sola volta questo mondo o che rinasca più volte? Dove andrò allontanandomi da qui? Quale sede attende l'anima libera dalle leggi dell'umana schiavitù? Mi proibisci di essere partecipe del cielo, ossia mi imponi di vivere a testa bassa? 21 Sono troppo grande e nato per un destino troppo alto per essere schiavo del mio corpo: lo vedo unicamente come una catena che limita la mia libertà; lo oppongo alla sorte, perché vi si arresti contro e non permetto che nessun colpo, trapassandolo, arrivi a me. Il corpo è la sola parte di me che può subire danno: in questa fragile dimora risiede un'anima libera. 22 Mai questa carne mi indurrà alla paura, mai alla simulazione, indegna di un uomo onesto; non mentirò mai per riguardo a questo corpiciattolo. Quando mi sembrerà opportuno, romperò ogni rapporto con esso; ma anche ora, finché siamo uniti, non saremo soci alla pari: l'anima reclamerà per sé ogni diritto. Il disprezzo del proprio corpo è garanzia di libertà.
23 Per ritornare al nostro tema, a questa libertà servirà molto anche quella osservazione della natura di cui parlavamo or ora; tutto è formato appunto di materia e di dio. Dio regola gli esseri che, sparsi tutt'intorno, seguono colui che li governa e li guida. Chi agisce, cioè dio, è più potente e prezioso della materia, la quale subisce l'azione di dio. 24 La posizione che dio occupa nell'universo, l'anima la occupa nell'uomo; in noi il corpo rappresenta quello che là rappresenta la materia. Le cose inferiori siano sottomesse a quelle superiori; siamo forti contro la sorte; non temiamo le offese, le ferite, il carcere, la povertà. Cos'è la morte? O la fine o un passaggio. E io non temo di finire (è lo stesso che non aver cominciato) e nemmeno di passare; in nessun luogo avrò confini tanto ristretti. Stammi bene.

Tratto da Lettere morali a Lucilio - Seneca



CARICHE PUBBLICHE E MASSONERIA E RIFLESSIONI SU OPPT

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