venerdì 5 ottobre 2012

ANTONIO PANTANO SCRIVE A SAVINO FRIGIOLA



Burdèl, non metterti a tacere!
Caro Savino, iersera qualcuno mi chiese di sapere di Te, e, al telefono, Tua Moglie – che bene conosce il mio nome – m’ha riferito che sei “mancato la mattina”. Il cuore.
Nel magone che mi procurò la notizia, abbracciandola, chiusi la conversazione e, malgrado impegni importanti per oggi, ho dedicato la notte a Te, coi miei pensieri. Ed ora continuo una delle nostre tante conversazioni che annullavano la distanza tra Rimini e Roma, e che, “Burdèl”, non puoi permetterTi di farmi mancare.
Ma, da quanti anni siamo legati? Almeno 25, a far conti sommarii. Forse grazie a “don” Giacinto Auriti, l’apodittico nostro riferimento, l’Abruzzese più alto e valido che mai abbia conosciuto e frequentato (lo dico io, che in terra d’Abruzzo ebbe radici la stirpe di mia madre!).
Fu certamente Auriti il “polo”. Per quelle Idee “solide ed insuperate”, che gli stolti e prezzolati chiamarono bislacche, ma nel 1991 stordirono ed ammaliarono il tedesco sottile ragionatore Joseph Ratzinger, principe della chiesa di Roma, che pretese approfondimenti; ed altri, molti altri, tra i quali il Beppe Grillo, che ci cercò nel 1997.
Un quarto di secolo, ormai.
E tu, con inaccettabile sfrontatezza, ora, quando le nostre “Idee bislacche” hanno inesorabile conferma di validità, vorresti tacere?
Io, caro Savino, non Te lo permetto!
Ricordi quando, in un caldo giorno estivo, del 1995 (o l’anno prima?), fummo, insieme con la Rita Muccini, ascoltati a Montecitorio da quattro parlamentari del gruppo di Rifondazione Comunista? Ci concessero 45 minuti. Uscimmo dopo quattro ore! Io spiattellai i “misteriosi ed introvabili” documenti del bilancio di Bankitalia, con lo astronomico indebitamento dello Stato verso di essa,  e l’elenco dei “partecipanti” al capitale di quella impresa bancaria che tutti, a partire dai comunisti, ritenevano essere di proprietà pubblica, mentre rivelammo ciò che i furfanti di “destra” (alla pari dei centristi!) non ammisero si propalasse: era di proprietà e “signoraggio” di banche private, concessa e svenduta proprio dai “comunisti alla Dalema”, che, con i democristiani, dissolsero le sostanze e la natura di base dello Stato italiano fin dal 1945, quando gli Alleati vincitori la guerra li posero a cassetta sul carretto italiano, per farlo condurre nei percorsi ai vincitori confacenti.
Come finì?
I comunisti rifondanti strabuzzarono occhi ed orecchie, ma poi rinfilarono capino e corna-antenne nel guscio, continuando il saprofita percorso viscoso da eterne lumache, bardate alla Carlo Marx.
Poi ne inventammo di tutti i colori. Anche la LIFE, ricordi? E con Auriti, col quale percorremmo l’Italia tutta per far capire ai gaudenti capponi italioti che per loro si approssimava spennamento ed arrosto, e, negli ultimi anni ’90 all’università di Teramo,  rimborsati solo delle spese - e più spesso paganti di tasca nostra - ove un migliaio di laureati furono da noi “informati ed illuminati” sulla deriva dell’umanità, e sulla truffa bancaria e monetaria imposta, con le mille Maastricth, dai furfanti del potere ufficiale.
Con la Tua testa da tetrarca dell’impero romano, Tu portavi la tua ferma bonomìa romagnola nelle conferenze e nei convegni, ove ci chiamavano in molti, per cercar di capire e sapere, per aver spiegate le truffe e gli inganni che le chiese – sì, proprio le chiese, e tutti i preti d’ogni risma e religione! – tacevano, invitando le greggi di pecorelle ad avere fede. Fede nel dio denaro, che unico oggi affoga l’umanità nella sua effimera miseria.
Poi Auriti, agosto 2006, se ne andò da questa terra. E noi accorremmo alla sua trionfale onoranza funebre a Guardiagrele, aggredendo con i ricordi, per quattro ore, dal pulpito della cattedrale, il senato accademico dell’università, non permettendo al rettore fellone di sproloquiare la sua ipocrisìa, ma accreditando a Giacinto Auriti, Maestro, ciò che i testi postumi ed i chiacchiericci su internet MAI potranno attribuirgli.
Poi non ci fermammo. Tu con i molti, tanti, contatti e con gli scritti, io con meno contatti ma con altri scritti egualmente pungenti.  Tu con la vocazione ad avvicinare gli stolti per cercare di educarli per istradarli. Io con la mia intransigenza, forse troppo tagliente, ma altrettanto pratica e reale.
E pur conoscendo di persona i molti effimeri papaveri assurti al potere, mai chiedemmo loro una virgola, e sempre li avversammo – faccia al sole - per la loro prevedibile fallace incapacità guidata da animale avidità.
Ed ora, senza accidia, vediamo l’Italia ed il mondo sprofondare prostrati nello sterco del demonio che tanto aggrada l’umanità resa inumana, nella rovina irreversibile dei “re Mida”, che crepano tronfi, avidi ed ignari, nel loro stesso sterco dorato, ormai reso “legge divina”.
E Tu, in tono sommesso e garbato, rinvìi la Tua prossima esibizione, lasciando a me il testimone. Per dedicarTi ad un anticipato silenzio divino.
Ma, come ho scritto nell’aprire questa nota dettata dalla mente e dal cuore, Ti sei posto in disparte, silenzioso in apparenza, ma non assente dalla guerra che, con intatta inesorabile determinazione, stiamo conducendo – per mero istinto totalmente umano – dal 1945, fin dalla nostra adolescenza.
Ti è mancato, ieri, su questa terra, Savino “burdèl”, il fiato?
“Tempus tacendi. Tempus loquendi”, ammonì Ezra Pound.
E’, quello che ci attende, il nostro “Tempus loquendi”!
E le nostre Idee, basate su ciò che scrivemmo, perché attinte dai cieli più infiniti, resteranno insuperate e nette, nello spazio e nel tempo.
 Io continuerò a chiamarTi, a cercarTi, Savino! Anche per disquisire con Te che le greggi, con gli occhi solo rivolti a brucar l’erbetta, hanno vocazione al macello!
Ma noi pratichiamo poco le greggi!
Siamo uomini, come ci indicarono i nostri Maestri. E i parassiti li schiacciamo!
Non sarà mai finito il nostro legame, caro Savino!
Per ora, un forte abbraccio,
 Antonio  





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